01/01/2009 intervista a don Felice Cantoni

PARTIRE O RIPARTIRE L’URGENZA DELLA MISSIONE
Don Felice Cantoni, nativo di Trepalle e sacerdote della nostra diocesi. Sabato 3 gennaio è partito per il Camerun, come fidei donum con un mandato di tre anni ricevuto dal vescovo durante lo scorso convegno missionario diocesano. Ma don Felice non è nuovo alla missione. Fondatore insieme con don Gianni Allievi della prima missione africana della nostra diocesi a Bimengué, ha poi aperto con don Donato Giacomelli la missione del Nord Camerun a Sir; rientrato in Italia è stato parroco di Tavernola. Lo abbiamo incontrato alla vigilia della sua partenza. Ripartire. Ritorni in Camerun dopo dieci anni in diocesi. Quale senso dai a questa ri-partenza?
Vedo questo partire come un gesto di generosità del la Chiesa di Como che si rende cosciente che la missione prevale su ogni ragionamento e ogni razionalità. La ragione ci farebbe vedere nella situazione attuale solo la mancanza di preti in diocesi e la necessità di “sistemare” le nostre parrocchie, ma il Vangelo non è fatto in questi termini. È la generosità di non chiudersi ai nostri bisogni perché il mondo ha bisogno di più. A livello personale poi credo che rispetto all’esperienza precedente sono consapevole che andare missionario non è più andare a creare, a seminare, ma andare a condividere, a condividere la maturazione di un seme che ha già dato frutti, che già nasce. Inoltre, nel mondo di oggi, sento dentro il desiderio di condividere TUTTO della mia vita, l’essere cosciente che non è l’“elemosina” che cambia il mondo, ma il “rischiare” sempre per e con gli altri. Ripartire è rimettere in gioco la vita per il Vangelo.
Quale sarà il progetto su cui lavorerai?
Andrò a rispondere a un progetto di mons. Philipe, vescovo della diocesi di Maroua-Mokolo. È un progetto interessante anche perché come prete sento che lo slancio missionario non è per andare a colmare una mancanza , non sono io che sono necessario, ma è il desiderio di comunicare l’amore
di Cristo che ho ricevuto, di condividerlo con altri. Si tratta dell’accostare i sacerdoti locali nella progettazione pastorale. La Chiesa di Maroua-Mokolo sta prendendo in questi anni un passo
autonomo di responsabilità, è cresciuta, da poco un sacerdote locale è stato addirittura nominato vescovo. L’urgenza di oggi non è più quella di aprire nuove missioni. In questo contesto andrò in una parrocchia piuttosto remota, al confine tra Ciad e Nigeria, Nguetchewe, dove per ora c’è una  comunità di suore e non c’è parroco. Ma la cosa importante è che collaborerò e supporterò i preti locali parroci delle tre parrocchie vicine nella progettazione pastorale. È una collaborazione all’insegna della condivisione di un’esperienza: la mia di parroco un po’ più navigato e la loro di giovani sacerdoti.
Ogni esperienza fidei donum è da interpretare come scambio tra Chiese sorelle. Cosa potremo imparare noi a Como dalla tua esperienza?
Abbiamo molto da imparare dalla vita di Chiesa in Africa. Ad esempio, ne abbiamo già parlato, oggi forse il nostro problema è la mancanza di sacerdoti. L’urgenza missionaria è quella di aprirsi ad un’altra pastoralità. È questo che, ad esempio, possiamo imparare dalle parrocchie sorelle in Camerun: interpellare il laicato, dare ai laici una maggiore responsabilità, anche perché i laici delle nostre comunità sono pronti ad impegnarsi. La Chiesa non può essere povera di operai del Vangelo se si interpellano i laici.