SEI ANNI E MEZZO IN MISSIONE IN CAMERUN – agosto 2008

La testimonianza di don Andrea Cusini, missionario fidei domun della nostra diocesi.
Sono rientrato dal Camerun, a fine agosto, insieme ai giovani della nostra Diocesi che hanno trascorso del tempo nella nostra missione africana.
Viaggiando in treno e in aereo pensavo alla mia esperienza di missionario.
Sono partito nel 2002, in gennaio, e sono già di ritorno: sei anni e mezzo! La metà del tempo che avevo a disposizione: i preti ‘fidei donum’, infatti, possono vivere un tempo massimo di dodici anni. Qualcuno mi fa capire che non ho dato molto tempo, altri invece mi assicurano che in ogni caso, sei anni, non sono pochi. Altri infine sostengono che ho fatto bene a rientrare perché: “La missione ora è qui!” Non nascondo un certo imbarazzo nel dare ‘testimonianza’ sapendo di tanti/e missionari/e che per decenni hanno vissuto la missione. In ogni modo è la mia esperienza, la mia vita.
La decisione di rientrare è maturata progressivamente, in particolare costatando la mia incapacità nell’imparare la lingua locale. Chi parla la lingua di un popolo, infatti, entra nella sua cultura, nel suo mondo. Per certi aspetti quindi io posso dire di essere stato solo sulla soglia di casa. E più il tempo passava più mi accorgevo d’essere quasi un estraneo. È pur vero che si
può lavorare e fare del bene lo stesso, ma a me interessava principalmente il rapporto diretto con la gente.
Ho vissuto con i Kapsiki e con i Kortchi. Ho abitato la loro terra. Sono stato accolto come uno di loro. Mi sono sentito voluto bene e rispettato.
Ho nel cuore paesaggi e volti! Nomi e situazioni di vita. Ho abitato la loro bella terra. Sono stato accolto anche da una Chiesa che mi ha insegnato a
camminare insieme. Ho vissuto l’esperienza della corresponsabilità: senza il lavoro dei responsabili di settore e di comunità, senza il lavoro dei catechisti non sarebbe stata un’esperienza così interessante.
Vorrei però condividere con voi qualcos’altro. L’esperienza missionaria è stata per me un cammino di verità, un tempo di crescita. È stato un
cammino che mi ha fatto andare avanti, avanzare, crescere, maturare. Nonostante i “se” e i “ma”. Mi ha messo sulla strada di una felicità a venire.
È stato un tempo in cui mi sono visto anche ‘obbligato’ dal Signore a guardare in fondo al mio cuore per vedere cosa c’era. Nel mio cuore ho trovato la Sua chiamata per me e il suo amore. Ringrazio sì il Signore perché in questo tempo ho sempre sentito in me e per me il suo amore, declinato sempre allo stesso modo: fedele, per sempre, misericordioso. Quanto ho fatto o avrei dovuto fare, il mio essere l’ho visto e lo vedo alla luce del suo amore che mi ha sostenuto, incoraggiato, illuminato, perdonato. Sì, alla fine di quest’esperienza sento in me questa ricchezza: il Signore mi vuole bene e vuole avere bisogno di me. Il suo amore mi ha insegnato a fidarmi. Il suo amore ha purificato il mio sguardo su di me e anche sugli altri.
In questo tempo sono stato nutrito dalla Parola – ne ho assaporato il gusto – e dall’Eucaristia. Il perdono ricevuto mi ha sempre rimesso davanti il suo amore: molto più grande del mio peccato e dei miei limiti. L’altro aspetto che mi sono portato a casa è l’aver vissuto la missione come una chiamata del Signore e la missione ha confermato la mia vocazione: è il Signore che mi ha voluto prete. È lui che mi ha condotto dall’inizio e mi ha accompagnato nel cammino.
Il tempo in missione mi ha fatto inoltre capire e accogliere un po’ di più la mia fragile umanità. Ho riconosciuto che nella vita non si può camminare
da soli: è importante trovare degli amici. Questo non è facile. In missione, il fatto che tu missionario hai più soldi, ti pone in ogni caso su un piano diverso. Mi è stato quasi impossibile sentirmi alla pari.
Ho portato a casa la certezza che il Signore opera ovunque, nel cuore d’ogni uomo sulla terra.
E che il suo Spirito è all’opera da sempre, ovunque c’è vita! Ho riconfermato la certezza che è il Signore che costruisce e fa crescere: anche in missione il Signore ha chiamato altri prima di me, si è servito anche di me e continua con altri. Ho portato a casa la fede dei laici e il loro impegno; la gioia delle visite alle comunità; la gioia di aver visto comunità crescere, e non solo di numero. E la gioia della nuova parrocchia. Ho portato a casa la gioia delle notti di Pasqua: l’esperienza più bella! E ho portato a casa la coscienza d’essere in ogni caso un privilegiato.
Don Andrea Cusini