La lettera di suor Elena Balatti: «C’è voluta una strage per parlare del Sudan»

Suor Elena Balatti è una missionaria comboniana nativa di Samolaco San Pietro (So). Da molti anni vive in Sud Sudan più precisamente nella città di Malakal, lungo il corso del Nilo Bianco.
Qui è attiva nelle comunicazioni sociali e nella Caritas. Quella che segue è la sua ultima testimonianza. 

Novembre 2025 – In questi giorni la guerra ‘moderna’ nella città sudanese di El Fasher ha fatto notizia sulle testate internazionali. Per modernità intendo in questo caso il fatto che le sue azioni più brutali sono state fotografate, filmate e immediatamente divulgate attraverso i social media, ciò che non avveniva in passato, se non altro per mancanza dei necessari mezzi di comunicazione rapida.

Nella tragedia di queste evidenze di perdita del senso dell’umano, l’effetto positivo è stato che tutto il mondo si è dichiarato scioccato dagli eventi (di cui abbiamo raccontato a pagina 11 del numero 41, ndr). Il 26 ottobre scorso, dopo 18 mesi di assedio, la città, di più di 200.000 abitanti, è caduta nelle mani dei ribelli delle Forze di Supporto Rapido (RSF). Resoconti di massacri, pulizia etnica e stupri di gruppo hanno cominciato a circolare immediatamente; in alcuni casi a darne notizia sono stati gli stessi autori dei crimini, che li considerano delle specie di trofei di guerra.

Attraverso questi orrori il mondo si è accorto di un conflitto che, iniziato nell’aprile 2023, continua a tutt’oggi. Come era già avvenuto in Sud Sudan da dove scrivo, anche in Sudan l’esercito si è diviso in due fazioni, e la fazione ribelle ha lottato per conquistare territorio. Per quasi due anni hanno controllato la capitale Khartoum, dopo averla messa a ferro e fuoco. Ci sono stati parecchi rivolgimenti e ora le forze RSF non sono più nella capitale, ma con la caduta di El Fasher controllano gran parte della regione ovest del Sudan.

Il rischio che il Paese si divida è reale con l’ovest trasformato in un’entità autonoma. Hanno già dato un nome al nuovo governo: Tasis, cioé “fondazione”.

In realtà i metodi usati nell’episodio particolarmente cruento di El Fasher sono gli stessi che sono stati impunemente utilizzati da due anni a questa parte da entrambi i gruppi, anche se i ribelli si sono tristemente distinti, con uno dei loro comandanti militari che ha dichiarato di aver ucciso più di 2000 persone (!) Sembra sia stato arrestato.

Come detto queste atrocità che gridano al cospetto di Dio, sembrano aver risvegliato la coscienza internazionale e sono in corso dei tentativi per raggiungere una tregua che permetta almeno l’accesso degli aiuti umanitari in Sudan dove si contano più di 10 milioni di persone che hanno lasciato i loro villaggi o zone di residenza. Mi sembra strano scrivere di questo scenario perché ricordo che quando ero in Sudan alla fine degli anni ’90 le agenzie umanitarie internazionali e anche l’ONU non erano ben viste dal governo di allora; e in realtà non erano neppure necessarie.

Le guerre e le battaglie sono combattute con le armi, e quelle dei nostri giorni con armi particolarmente costose e sofisticate che si vedono nelle mani dei miliziani quando le pubblicano su Facebook.
La popolazione sudanese ha rapidamente imparato a conoscere nuove tecnologie come i droni, che chiamano “oggetti in movimento”, e i loro effetti.

Il parroco di El Fasher, don Luka, è morto alcuni mesi fa quando la casa della parrocchia è stata colpita da un drone che portava una bomba. Sembra che gli Emirati Arabi siano fra i fornitori diretti di armi e di mercenari che provengono persino dalla Colombia!

Papa Leone ripete spesso la frase che bisogna lavorare per una pace disarmata e disarmante. Chiunque vende armi non si puo’ fare illusioni sul loro uso. Le armi servono per ferire e uccidere. Questo tipo di vendite e commerci non sono neutri ma portano una responsabilità morale. Lo stesso vale per le banche che in vari modi sono coinvolte nel sostenere le fabbriche di armi.

 

LE RICADUTE SUL SUD SUDAN
In Sud Sudan l’impatto della guerra nel vicino Sudan è venuto ad aggiungersi a una situazione umanitaria che era già precaria. Dal 2023 sono entrate nel Paese più di 1 milione e 250.000 persone, la maggior parte delle quali cittadini sud sudanesi che erano fuggiti dalla propria nazione alcuni anni fa a causa di altre guerre e conflitti. Nella città di Malakal, nello stato dell’Alto Nilo al confine con il Sudan, è in funzione da più di due anni un campo di transito per gli sfollati dal Sudan, come avevo già scritto in interventi precedenti sul Settimanale.
Dal maggio 2023 ininterrottamente e quotidianamente la Caritas di Malakal, dove io lavoro, ha fornito generi alimentari di emergenza per chi è fuggito da una guerra dove i civili non sono risparmiati. Ogni tanto ci domandiamo fino a quando questo campo di transito con i suoi bisogni rimarrà aperto, sia perché la situazione degli sfollati é molto precaria, sia perché é difficile continuare a ricercare fondi per sostenere un’emergenza che si prolunga nel tempo. Solo stabilità e almeno una relativa pace in Sudan faranno cessare queste migrazioni forzate di grandi proporzioni.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Settimanale della Diocesi di Como del 13 novembre

Malakal, Upper Nile Sudan del Sud