10 giugno 2010, Korohocho – Nairobi – Kenya Strade di Korogocho: asfalto, alcool e Chiesa in cammino

 

Carissimi,
mi trovo nella casa provinciale, alla vigilia della festa del Sacro Cuore di Gesù, festa “patronale” dei Comboniani, sempre un bel momento per ricordare le nostre radici e incontrare i confratelli di Nairobi e dintorni. I giorni volano velocissimi, gli eventi si susseguono vorticosamente, il tempo per fermarsi un attimo diminuisce sempre di più, e alla sera si arriva davvero stanchi. A volte il silenzio da Korogocho è anche dovuto a queste semplici leggi fisiche e fisiologiche…
Oggi io e Paolo ci siamo concessi una mezza giornata fuori da Koch e siamo andati al “Paradise Lost”, il Paradiso Perduto: un posto stupendo, a circa mezz’ora di auto da Korogocho (sic!), mezza collina di verde che si affaccia su un laghetto artificiale, luogo per pic-nic ed escursioni, ma oggi essendo giorno feriale di metà settimana non c’era praticamente nessuno. Silenzio, l’odore del bosco bagnato, addirittura il profumo del fieno… davvero un momento di pace e preghiera. Dopo quasi sette mesi a Korogocho sto iniziando a identificare la mia difficoltà maggiore, almeno in questi ultimi tempi: l’assenza di silenzio. Non ce n’è mai, nemmeno di notte, quando c’è sempre una radio che va, una festa o una veglia da qualche parte, oppure, purtroppo, qualcuno che litiga nel vicinato. A volte arrivo alla sera sfinito non tanto per la fatica fisica, quanto proprio per la testa piena di voci e canti e urla e risate e pianti e musica… Quindi, arrivando da Korogocho, capisco subito che il nome di questo posto è azzeccatissimo: “Paradiso”, con la sua natura quasi incontaminata e comunque molto curata, il canto degli uccelli, il rumore dell’acqua (pulita) della cascata, il nitrire dei cavalli al pascolo, il silenzio quasi da montagna… Ma “perduto”, perché per molti non è più un luogo normale (tant’è che a entrare si paga…), è davvero quello che abbiamo perso a Korogocho e in troppi altri posti sulla terra per la nostra totale incapacità di curare il nostro rapporto con la natura e di rispettarla come dono e madre. Una follia suicida che appartiene solo alla razza umana.
Il programma di upgrading a Korogocho avanza, pur tra mille difficoltà e sfide. Metà delle strade che devono essere asfaltate sono state completate, hanno acceso anche le luci notturne, grandi lampioni che illuminano di arancione la notte deserta di Korogocho. Ma ogni passo avanti richiede giorni e settimane di lotte, discussioni e compromessi tra i vari attori di questo programma. Le lotte politiche e di potere a Korogocho, tra proprietari, ONG, Nazioni Unite e quanto altro non riescono più nemmeno a farmi arrabbiare tanto le sento lontane dalla mia attuale realtà e sensibilità. In questo il mio essere un bianco, paradossalmente, mi aiuta visto che è decisamente l’ora degli africani e quindi io posso permettermi, con gioia di tutti, di defilarmi e tenere un basso profilo. E non chiedo di meglio. Non è un non riconoscere l’importanza dell’azione politica e sociale, né un disimpegnarmi in un settore che ho sempre sentito come mio, ma è semplicemente un accorgermi che ora vorrei fare un altro servizio alla comunità e con la comunità: stare con la gente, camminare con lei nella quotidianità più feriale, pregare, quando serve insegnare, o almeno spiegare; provare a trasmetterle almeno un briciolo di quella dignità che è di ciascuno e sulla quale Dio stesso ha scommesso tutto se stesso. E avere il tempo di ascoltare e ricevere. Ringrazio il Signore che siamo qui come comunità, Paolo, John e io, e davvero nella nostra diversità ci completiamo e aiutiamo: uno fa una cosa, l’altro ne fa un’altra, ma sempre con una stessa linea, frutto del dialogo e della preghiera comune. È semplicemente per questo che posso permettermi il lusso di “disimpegnarmi” un po’ dalla sfera socio-politica, perché so che intanto sono comunque presente come comboniano nella persona dei miei confratelli. In questo la comunità è un dono stupendo e fondamentale nel nostro servizio di evangelizzazione.
Le lotte politiche e di potere di cui parlo riguardano vari programmi per la sicurezza a Korogocho (che rimane un disastro) gestiti da Nazioni Unite e altre ONG, l’organizzazione delle fasi successive del programma di upgrading, con l’assegnazione delle proprietà (e qui cascherà l’asino! E si sveleranno i veri volti di tanti…)… Insomma cose vecchie come il mondo, ma che qui lasciano ancor di più l’amaro in bocca perché alla fine fanno rimanere il povero povero facendo  diventare il ricco più ricco. Le grandi organizzazioni internazionali (ONU in testa, un vero disastro quanto a sperpero di denaro e mancanza di contatto con la gente locale) continuano a spendere una barca di soldi per studi, analisi e convegni che non hanno poi nessuna ricaduta vera sulla vita quotidiana delle gente. E per loro vale sempre lo stesso meccanismo: arrivano i soldi, si inventa un progetto, finiscono i soldi, finisce il progetto, si fanno le valigie e si va altrove in cerca di un’altra emergenza; il funzionario di turno avanza in carriera, i poveri rimangono fermi, con la differenza che oltre che poveri adesso sono anche presi in giro. Se non fosse orgoglio direi: meno male che ci sono i missionari che, soldi o non soldi (per il momento ci sono ma potrebbero anche finire, e forse sarebbe una grazia), rimangono lì al loro posto. Forse ci vuole anche un po’ di questo orgoglio…
Già, i poveri: alla fine torno sempre lì. Chi si ricorda di loro? Li si comprime tutti insieme in generiche statistiche, diventano numeri e percentuali, scompaiono nelle pagine di infiniti studi e analisi… Eppure ognuno di loro è una persona, un volto che non si può non notare. Sono infiniti, ognuno diverso, altamente espressivi non solo di ciò che accade dentro la persona, ma anche di ciò che accade in tutta Korogocho. Volti stupendi e luminosi di ragazze e bambini; volti distrutti dall’alcool e dalla fatica; volti preoccupati di come finire la giornata; volti ormai incapaci di una qualunque emozione tanto hanno patito e sopportato. Occhi vispi e attenti, sorrisi enormi, spesso sinceri, a volte forzati… Sì perché non ti dicono mai direttamente tutta la loro sofferenza, solitudine o disperazione. Ti invitano a scavare dentro di loro, a chiedere, a entrare in relazione con loro. Nessuno ti spalanca la porta del proprio cuore, ma nessuno nemmeno la chiude mai ermeticamente.
Devi sempre fare un passo, devi muoverti, anche tu devi fare qualcosa. Piccoli gesti concreti che dicano più di qualunque altra parola. Come è avvenuto sabato scorso quando sono andato a Kibiko con i leaders della Baraza, il Consiglio dei responsabili delle piccole comunità cristiane. Siamo andati a lavorare, a zappare la terra con i bambini del Centro e a strappare erbacce dal campo di fagioli. Una proposta venuta dai leaders stessi per dare un chiaro segno di unità tra Korogocho e Kibiko, oltre ovviamente a dare una mano nel lavoro dei campi, più a rilento perché adesso i bambini vanno a scuola. È stata una giornata fantastica di cui porto ancora il ricordo riconoscente nel cuore e la fatica nelle gambe! Che bello vedere i leaders della nostra comunità con la zappa in mano! Mi è tornata alla mente una frase detta da qualcuno qualche giorno prima, durante un incontro a Kariobangi sull’importanza dell’educazione e sulla figura del “maestro”: “qualunque cosa tu dica, io farò solo quello che fai tu”. Non ascolto la tua parola, ma vedo il tuo esempio. Credo che i bambini ex-di strada in riabilitazione a Kibiko abbiano ricevuto un bell’esempio, sabato scorso. E i nostri leaders, me compreso, hanno potuto gustare nuovamente una Chiesa con il grembiule, come diceva don Tonino Bello, o con la zappa, entrambi strumenti tanto fondamentali quanto dimenticati per l’annuncio coerente del Vangelo. Purtroppo la nostra archidiocesi di Nairobi sta andando esattamente nella direzione opposta…
E per parlare ancora di Chiesa umile, domenica scorsa abbiamo fatto la processione del Corpus Domini: tre ore in giro per Korogocho dietro a Gesù Eucaristia. Che bello! E che lezione! La lezione di una Chiesa che esce in strada, quella vera, viva, caotica, non quella preparata da transenne e vigili che deviano il traffico, e proprio perché lo fa si ritrova in mezzo a tanti altri che spesso la ignorano; si ritrova a chiedere permesso per passare, folla tra la folla, senza pretendere che tutti per forza l’ascoltino. È stata una processione molto diversa da quelle polacche, ovviamente più trionfali e solenni, quando tutta la città si fermava. È stata una lezione di umiltà, la contemplazione di Gesù che ancora una volta si fa uno di noi, “apparso in forma umana”, mescolato tra uomini e donne di ogni tempo, riconoscibile solo perché “passava sanando e facendo del bene”. Che bella Chiesa! Quanto c’è da imparare dalla strada, soprattutto quella altissimamente caotica di Korogocho!
La strada… si imparano ovviamente anche i problemi dalla strada, le trappole che ti tende, la sua ragnatela che ti blocca, che sia l’alcool, la droga, la prostituzione o la violenza. Eppure è un luogo da cui ci si può redimere, se ne può uscire, recuperando dignità e coraggio di vivere. Dopo attenta valutazione e riflessione, p. Paolo e il gruppo degli operatori sociali che lavorano con gli alcolisti hanno preso la (storica) decisione che il prossimo gruppo che andrà a Kibiko per la riabilitazione dall’alcool sarà di donne. Una svolta, perché finora sono stati tutti gruppi maschili, con risultati complessivamente soddisfacenti. Ma si sa, se si riesce a recuperare una donna, il successo è maggiore perché poi la sua influenza sull’ambiente, e sulla famiglia soprattutto, è molto più grande. E poi anche il Comboni lo diceva che per fare il lavoro di una suora ci vogliono cinque missionari! L’altro giorno quindi abbiamo fatto un primo incontro con il gruppo delle cinque prescelte tra quelle che “regolarmente” seguono gli incontri quotidiani di AA. L’alcolismo è sempre una brutta bestia, ma vedere una donna ubriaca o ancora comunque sotto i fumi dell’alcool, è ancora più deprimente. Paolo, Anastacia (responsabile a Kibiko) e Raymond (responsabile a Korogocho) erano lì che cercavano di trasmettere qualche indicazione pratica a queste cinque in bilico tra l’ubriacatura e la sbornia leggera. Hanno capito? Capiranno? Ad un certo punto una di loro, Rose, ha come un lampo di lucidità e chiede come farà a vedere il suo bambino per i tre mesi che sarà a Kibiko… preoccupazione di mamma che, almeno qualche volta, fa capolino nella sua testa e nel suo cuore. Volti disfatti sui quali si possono ancora leggere segni di una bellezza antica (gli occhi rimangono stupendi!), al momento perduta (ecco un’ulteriore declinazione del paradiso perduto…), ma che tutti speriamo possano recuperare. Sarà bello ed entusiasmante vedere il loro cammino e la loro trasformazione a Kibiko. Qualcuno diceva che la fede è “vivere come se…”: vivi come se quello in cui credi e speri sia già presente nella tua vita; guarda al di là del visibile, e non solo perché il visibile è scoraggiante; abbi il coraggio di credere in qualcosa che ha senso solo se riesci a immaginare una realtà più grande, più vasta, più armonica. Nessuno sa se queste donne ce la faranno, ma tutti noi crediamo che valga la pena tentare perché crediamo in una realtà più vasta e armonica di quella attuale. Partiranno per Kibiko a metà di giugno, per favore ricordatele e accompagnatele con la vostra preghiera!
E infine il cammino con i giovani della redazione del sito web. Non so dove arriveremo, né dove arriveranno; non so cosa ne verrà fuori alla fine del cammino. Sono un inguaribile ottimista e mi piace pensare che arriveranno lontano. Mi piace però la piega che ha assunto la riflessione iniziale all’interno del gruppo: recuperare e capire “il sogno” di Korogocho, la visione che abbiamo, vogliamo avere e dobbiamo avere se vogliamo che quello che diciamo al mondo abbia un senso e sia rilevante. Forse questi giovani, nati e cresciuti a Korogocho, non hanno mai sentito fino in fondo questo sogno come loro, affascinati come molti altri dal luccichio della società del benessere. O forse invece l’hanno respirato come l’aria, giorno dopo giorno, ed è diventato per loro normale, scontato, ovvio. E quando una cosa importante diventa scontata e ovvia, è ora di fermarsi e ripensarla, farla rivivere in modo nuovo, con modi nuovi, nuove idee, nuove formulazioni. L’obiettivo rimane quello, cambiano le gambe che ci porteranno là. Voglio pensare che adesso ci sono anche le gambe di questi giovani che si stanno impegnando a raccontare Korogocho davvero con gli occhi e le parole di Korogocho. Speriamo.
Vi abbraccio tutti uno a uno, e poi tutti insieme. Continuate a pregare per noi e con noi, e a camminare con noi. E grazie per il bene che fate!
Stefano